6 ragioni per stare con la Corte Costituzionale

di: Gustavo Piga
Non trovo in giro molti sostenitori della sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni. Cerco allora di riassumere e smontare le controindicazioni lette fino ad oggi sui giornali.

1. “La sentenza fa sforare il tetto del 3% del PIL, restituendoci alla serie B dell’Europa , ovvero con il rischio di riaprire la procedura dei disavanzi eccessivi da cui eravamo da poco usciti”. In realtà sforeremmo solo se sommassimo a quanto dovuto per quest’anno anche quanto dovuto per gli scorsi anni, per una assurda regola contabile. Spetterebbe al Governo spiegare all’Europa che l’eccezione per questa contabilizzazione eccezionale una tantum è dovuta. Non mi pare un granché difficile.

2. “L’Italia spende un ammontare eccessivo per le pensioni, non ha senso concedere questo aumento”. Non la pensa così Vítor Constâncio, Vice Presidente BCE: “è precisamente nel campo delle riforme per contenere il peso a lungo termine dell’invecchiamento della popolazione sulla spesa pubblica che I paesi sotto stress hanno già effettuato aggiustamenti. L’Italia ed il Portogallo, per esempio, hanno aumenti stimati per spese legate alla longevità minimali…”. Come il grafico sottostante conferma.
3. “L’Italia spende troppo, non ha senso concedere questi aumenti”. Forse, ma ha senso spendere in altri modi? Quali spese troviamo più giusto tagliare? Personalmente trovo che la spesa dovuta a sprechi negli appalti, per corruzione o incompetenza, sia decisamente meno giustificata di quella per le pensioni, anche per quelle pensioni dei più abbienti. Voi no? E allora scusate perché arrabbiarsi con chi aumenta la spesa per i pensionati e non con chi non taglia gli sprechi ai corrotti?
4. Sparisce il tesoretto per colpa della decisione della Corte. Non c’è mai stato nessun Tesoretto: il Governo riduce il deficit dal 3% di PIL al 2,6%, operando dunque in maniera austera. Semmai questa manovra riduce l’austerità del Governo Renzi in maniera alquanto efficace e aumenta la probabilità che, contribuendo alla ripresa dell’economia, riduca il debito su PIL che è previsto invece (e come sempre negli anni di austerità) aumentare dal Governo Renzi (da 125 a 126% di PIL).
La sentenza della Corte Costituzionale rivela piuttosto due ragioni profonde (e spesso dimenticate) del fallimento della politica economica in Italia. La prima, l’avere la stampa e la comunicazione governativa sempre venduto le manovre del passato con impatto pluriennale, fatte da precedenti Governi, come “acquisite” e dunque non da includere nella dimensione delle manovre del nuovo Governo. Per capirci meglio: includere nel tendenziale Renzi-2015 anche la sua decisione di confermare le manovre restrittive con impatto pluriennale “Berlusconi-Monti-Letta” dal 2010 al 2014 (per es: le deindicizzazione fatte da questi rispetto all’inflazione di pensioni e stipendi pubblici, che permangono per il 2015) le fa magicamente sparire dalla dimensione della manovra Renzi. Ma non dovrebbe essere così: Renzi ha sempre avuto nelle sue mani la decisione se rinnovare o non rinnovare le deindicizzazioni di pensioni e stipendi stabilite dai suoi predecessori e il suo “non fare niente” al riguardo è in realtà la decisione di confermare l’austerità di tale decisione. Di fatto si è venduto anche quest’anno una manovra molto più leggera di quella che era in realtà, comunicando un’austerità ben inferiore a quella realmente praticata. La decisione della Corte ha svelato il trucchetto, ricordandoci che il vero Tesoretto esiste, ed è quello che si può utilizzare disfacendo le scelte dei precedenti Governi austeri.
La seconda ragione sta in una sottile e mai citata conseguenza disastrosa del Fiscal Compact, al di là dell’austerità suicida che esso continua a imporre in Italia ed in Europa. Parlo della fretta che il Fiscal Compact mette al decisore di politica economica, obbligandolo a effettuare tagli frenetici – e dunque mal ingegnati e spesso ingiusti – suscettibili anche di rischiare una sentenza della Corte che li disfi. Sentenza che ci obbliga ora a pensare senza superficialità a qual è lo Stato e il Paese in cui vogliamo vivere, facendo scelte più ponderate. Forse non farà piacere a Renzi, abituato alla velocità, ma l’averlo rallentato potrebbe anche insegnargli una volta per tutte la virtù di rottamare quel Fiscal Compact a cui finora ha ubbidito ciecamente.

Tratto da: www.gustavopiga.it

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