Nel Pianeta dell’Apparenza dove le sonde contano meno dei tatuaggi

Di Osvaldo Danzi
Matt Taylor spedisce la sonda Rosetta su una cometa. Ma tutti parlano del suo look. Aziende e Istituzioni che non riescono a guardare al futuro.
Se oggi digito “Rosetta” su Google, mi appaiono svariate migliaia di risposte, tutte dedicate al pianto dello scienziato Matt Taylor che si scusa per aver indossato una camicia poco adatta ad una diretta televisiva internazionale.

La diretta, per inciso, in cui si annunciava un evento scientifico sensazionale: per la prima volta è stata “agganciata” una cometa e la si potrà studiare.
Per buona pace di Shakespeare e di tutti coloro che si chiedono sui muri se “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni“. Ma anche per mille altri motivi. Quindi, mi dicono, un progetto davvero importante.
Futuro contro Passato. Da una parte il mito della Silicon Valley e di tutti quei cervelli (strapagati) che vanno a lavorare in ciabatte e camicia hawaiana 365 giorni all’anno. Dall’altra le agenzie scientifiche, le redazioni, le aziende composte, il bontòn. Da una parte Amazon che a inizio decennio assumeva i “confinati dalle aziende”, coloro cioè che non amavano mettersi la giacca e la cravatta e preferivano portarsi il cane in ufficio e il microonde per prepararsi il pranzo per conto proprio. Dall’altra le superCompany, le loro cravatte triplonodo e le scarpe dalle punte quadrate.
La strada che le aziende e il senso comune del pudore professionale devono fare è davvero molto lunga. Ho intervistato ragazzi molto giovani che nascondevano con un cerotto i tatuaggi che spuntavano dai colletti delle camicie. Le banche per cui venivano colloquiati non avrebbero mai ammesso la loro presenza dietro uno sportello. Oggi le banche li cercano come clienti, perché una generazione sta sparendo e così anche i loro investimenti.
Personalmente non credo sia giusto giudicare una Persona dalla camicia prima ancora che dal suo cervello. Soprattutto se il cervello in questione è quello di uno scienziato. Come penso che la militanza femminista e le mille associazioni per la parità dei diritti fra generi non possano continuare a navigare sulla superficie dell’apparenza. A meno che non vogliano continuare a parlare di “diversity” ancora per centomila anni.
Non credo che una camicia raffigurante donne in lingerie e pistola sia un simbolo di sessismo, considerando che quell’armadio di scienziato è crollato come un bambino in un pianto a dirotto mentre si scusava in diretta mondiale. In tuta e scarpette.
È che proprio lui non ce la fa a vestirsi diversamente. E personalmente lo preferisco con quel cervello lì, che con un soprabito di Burberry.

Tratto da: www.wired.it

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