Crisi del debito – Il crollo dell’Impero Romano

di Angelo Meschi
Tutto cambia ma nulla cambia. L’evoluzione della specie ha impiegato milioni di anni per arrivare all’homo sapiens, cosa sarà mai cambiato negli ultimi duemila anni per renderci così diversi dagli antichi romani? Sì, certo, magari nel cervello si sono sviluppate nuove aree dedite all’uso dei vari pc, i-phone, i-pad etc. etc., ma alla fine siamo molto più vicini agli antichi romani di quello che si possa immaginare. L’impero Romano conobbe il suo massimo splendore nel II sec. d.C.
Nel 96 il Senato mise fine alla dinastia Flavia con una congiura contro Domiziano e impose quale imperatore un proprio rappresentante: Nerva (96-98), dal quale ha inizio la dinastia degli Antonini. Con lui si affermò come principio di successione l’adozione del migliore: l’imperatore sceglieva come suo successore una persona di elevate qualità morali e politiche.

Nerva scelse un abile generale spagnolo, Traiano (98-117), che fu il primo imperatore di origine provinciale. Egli fece giungere l’impero romano alla sua massima estensione e nel 106 gli fu annesso il regno dei Natabei (attuale Siria e Giordania) che divenne la provincia dell’Arabia petra.
Siamo ormai al tempo del massimo splendore della civiltà latina: sotto Traiano e Adriano (117-138) tutti gli abitanti liberi dell’Impero godono della cittadinanza. Nell’Urbe la gente mangia bene, prende il bagno tutti i giorni, e i più, donne comprese, sanno leggere e scrivere. Gli orfani sono mantenuti dallo Stato, i lavoratori hanno le ferie.
Il Denario Imperiale
Il peso del Denario di 3,9 grammi stabilito dalla Lex Flaminia del 217 a.C. resta pressoché invariato per tre secoli fino alla riforma di Nerone del 64 d. C., con cui il peso verrà abbassato a 3,4.
Dopo tre secoli di stabilità che non a caso hanno coinciso con il periodo più splendido e di massima espansione territoriale, politica, commerciale e culturale dell’Impero Romano inzia per il Denario una discesa di peso e valore che coinciderà con il declino dell’Impero Romano.
Sotto Marco Aurelio il Denario scenderà a 2,36 g, mentre sotto Settimio Severo ed il caos monetario dell’anno 250 toccherà il suo minimo a 1,7 grammi, dopodiché Aureliano introdurrà il Nummo (equivalente a 5 Denari).
Verso il 300 il cambio del Denario con l’Aureo sarà di 1.600 Denari per un Aureo, dopodiché sotto Costantino i Denari non saranno più coniati, e nel 338 il cambio dei residui Denari sarà di 150.000 Denari per un Aureo.
Il Denario continuò ad essere la principale moneta dell’impero fino a che non fu sostituito dell’Antoniniano nella metà del III secolo d. C..
Anche quando il Denario non fu più emesso con regolarità, fu ancora usato come unità di conto.
Come le condizioni politiche ed economiche peggiorarono anche la nuova moneta fu svalutata, aggiungendo rame e stagno, e producendo così una lega di biglione che sembrava simile all’argento.
Alla metà del regno di Gallieno furono introdotti nuovi metodi di lavorazione che ridettero alle monete l’apparenza dell’argento.
L’Impero e le sue monete
Con Caio Giulio Cesare si ha il passaggio di Roma dalla struttura politica repubblicana e quella imperiale. A parte la breve parentesi repubblicana conseguente all’assassinio di Giulio Cesare da parte dei congiurati guidati da Bruto e fedeli all’ideale repubblicano, da allora in poi si succedono imperatori prima della Gens Julia e poi via via appartenenti ad altre famiglie o incoronati direttamente sulla punta dei gladi dall’esercito.
E’ il periodo più lungo, splendido e vario per la storia di Roma che diventa da città di mattoni una metropoli di marmo, ornata da splendidi fori e monumenti, con più di un milione di abitanti. Una cosa che non si era mai vista al mondo e non si vide più per almeno 15 secoli!
Le monete che gli imperatori battevano per celebrare loro stessi e la gloria di Roma erano numerosissime, ricche, belle ed artisticamente rilevanti, perché dovenano celebrare e diffondere lo spendore ed i miti di Roma.
Si diffondono sempre di più le monete d’argento e d’oro, gli Aurei o Solidi Aurei, monete di grandissimo valore allora come oggi.
Emesse da Augusto fino agli ultimi giorni di Bisanzio, hanno continuato a circolare nel Medioevo assieme agli Zecchini ed ai Fiorini, ai Tornesi e ai Ducati, e sono arrivate fino a noi a volte un po’ usurate, ma in buona quantità e varietà.
Rispetto alla austera Zecca della Repubblica che emetteva poche e poco preziose monete, inzia un flusso di metallo stampato ininterrotto e crescente. E questo causa i fenomeni che ben conosciamo… inflazione e aumento dei prezzi e del costo della vita.
La storia della Moneta Romana da Cesare in poi è anche la storia delle tante Riforme Monetarie che cercarono di ricostruire o puntellare e rinforzare il sempre più traballante e scricchiolante edificio monetario romano. Fino al crollo finale… che non poterono o non seppero evitare…!
Le riforme monetarie in breve
La Riforma di Augusto
La prima riforma monetaria dell’Impero Romano fu quella di Augusto nel 15 a.C..
Essa prevedeva il controllo diretto dall’imperatore sulla coniazione delle monete in oro ed argento, utilizzate per pagare le spese dello stato, data l’entità considerevole di quest’ultime; il senato, invece, controllava la coniazione delle monete in bronzo, usate dal popolo e di scarsa importanza per Roma.
Di conseguenza, la coniazione delle monete romane in bronzo venne permessa a molte autorità locali delle Province Romane, aumentandone notevolmente la varietà, e, purtroppo senza poterne controllare direttamente la quantità e l’uso (e questo fu causa di inflazione incontrollata), mentre questo non avvenne per le monete in metallo più prezioso, argento e oro, battute a Roma e sotto il controllo diretto dell’Imperatore.
Per le monete d’oro, venne confermato l’Aureo (1/42 di libbra romana, 7,78 g) e per le monete d’argento il Denario (1/84 di libbra, 3,90 g).
Per i valori inferiori, si aveva l’Asse in rame (10,90 g) ed i suoi multipli in oricalco, un metallo simile all’ottone, detti Dupondio (2 assi) e Sesterzio (4 assi); il sottomultiplo era il Quadrante in rame (1/4 di Asse).
Il valore del Denario rimase abbastanza stabile durante la dinastia Giulio-Claudia (con Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone come imperatori).
La riforma di Nerone
Nel 65 d.C. Nerone introdusse una nuova riforma monetaria che portò il valore dell’Aureo ad 1/45 di libbra (7,28 g), mentre il Denario fu portato ad 1/96 di libbra (3,41 g).
La riforma di Domiziano
La riforma di Nerone venne annullata da Domiziano alla fine della dinastia dei Flavi (con Vespasiano, Tito e Domiziano come imperatori) che riportò i valori delle monete romane a quelli della riforma di Augusto.
La riforma di Traiano
Controcorrente agì, invece, Traiano nel periodo degli imperatori adottivi (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio), e tornò alle monete della riforma di Nerone.
La riforma di Caracalla
Grazie all’imperatore Caracalla, nel 215 si ebbe un’altra riforma monetaria.
Infatti, durante tutto l’impero di Commodo e di Settimio Severo, il Denario continuò a svalutarsi riducendosi ad avere meno del 50% di argento.
Con la riforma di Caracalla venne svalutato di nuovo l’Aureo, portandone il valore ad 1/50 di libbra (6,54 g). Inoltre, sia per l’Aureo che per il Denario vennero introdotte monete con valore doppio: il doppio Aureo (o Binione) ed il Doppio Denario (o Antoniniano), anche se quest’ultimo non ebbe mai più di 1,6 volte il contenuto d’argento del Denario.
Mentre l’Aureo ebbe una valutazione abbastanza stabile, anche l’Antoniniano subì la progressiva svalutazione avuta dal Denario, fino a ridursi ad un contenuto d’argento del 2%.
Il sistema monetario romano venne nuovamente riformato tra il 272 ed il 275 da Aureliano, che per riportare il livello qualitativo (in metallo) e quantitativo (in numero) delle monete minori a quello delle altre monete, revocò la possibilità di coniare monete da parte delle zecche locali se non su mandato diretto e stretto controllo di Roma.
Il valore dell’Aureo fu portato inizialmente a 1/60 di libbra (5,54 g), fissandone successivamente il valore ad 1/50 di libbra (6,50 g).
Per l’Antoniniano venne definito un peso di 3,90 g ed un titolo di 20 parti di rame ed una d’argento; questo rapporto era indicato sulla moneta con il simbolo XXI in Latino o KA in Greco.
La riforma di Diocleziano
Con la riforma di Diocleziano del 295 la monetazione romana cambiò radicalmente.
Vista l’adozione della tetrarchia come forma di governo, con l’impero suddiviso in due territori assegnati a due Imperatori affiancati da due Cesari, le monete non rappresentarono più un singolo imperatore, ma sul dritto ne riportarono un’immagine idealizzata, con il rovescio che tipicamente celebrava la gloria e la sua potenza militare di Roma. Questa impostazione rimase invariata anche dopo l’adozione come religione di stato del cristianesimo: solo in qualche caso le monete bizantine riportarono immagini cristiane, come il chi-rho, monogramma greco che indicava il nome Gesù Cristo. L’Aureo tornò ad avere un peso di 1/60 di libbra. Si introdusse, poi, una moneta in argento, detta Argenteo, con un peso pari a 1/96 di libbra.
Oltre all’Antoniniano, che aveva un peso di 3,90 g, fu introdotta anche una nuova moneta in bronzo, il Follis, con un peso di circa 10 g. Queste nuove monete, battute in gran numero per alimentare le spese di corruzione dei funzionari e le spese militari e statali sempre in crescita, in realtà aumentarono l’inflazione riducendo il valore reale del denaro. Nel tentativo di combattere questo fenomeno, Diocleziano nei primi mesi del 301 emise un Editto sul valore delle monete, il cosiddetto Editto di Afrodisiade. Con questo Editto veniva fissato un nuovo valore delle monete di rame e di bronzo che raddoppiava, e si fissava la pena di morte per gli speculatori, i quali furono incolpati per l’inflazione e paragonati ai barbari che attaccavano l’Impero. Naturalmente non ebbe nessun effetto reale… anche se nominalmente aveva reso tutti più ricchi del doppio! Di fronte all’insuccesso di questo primo provvedimento, fu emanato, fra il 20 novembre e il 9 dicembre del 301, l’Edictum de Pretiis.
Diocleziano, dopo aver aumentato il valore delle monete e visto che non funzionava, cercava di contenere i prezzi…! L’Editto era diviso in 32 sezioni e poneva un limite sui prezzi per tutti i prodotti commerciabili nell’impero. L’obiettivo non era “congelare” i prezzi, ma segnarne i maxima, ovvero i massimi prezzi di mercato, oltre i quali determinate merci non avrebbero potuto essere vendute. Queste merci includevano varie merci per l’alimentazione (carne, grano, vino, birra, salsicce, ecc), abbigliamento (scarpe, mantelli, ecc.), le spese di trasporto per i viaggi in mare e gli stipendi settimanali.
1 libbra di maiale – 12 Denari
1 libbra di manzo – 8 Denari
1 modius di sale – 100 Denari
1 sextarius d’olio d’oliva – 40 Denari
1 modius di frumento – 100 Denari
1 modius d’avena – 60 Denari
1 sextarius di vino Falerno – 30 Denari
1 paio di scarpe alla moda – 150 Denari
1 paio di scarpe da donna – 60 Denari
Lana da Tarentum – 175 Denari alla libbra
seta bianca – 12,000 Denari alla libbra
1 modius = ca. 8 litri
1 sextarius = ca.1/2 litro (misura secca) o ca.1 litro (misura liquida)
Il limite più alto era per una libbra di seta colorata con la porpora, che fu fissata a 150.000 Denari pari al prezzo di un leone. Chi vestiva di porpora era dunque smodatamente ricco!!!
L’Editto esprimeva il valore delle merci in Denari, moneta non più in uso, ma il cui valore era ben impresso nella mente dei romani che la usavano da cinque secoli.
Tuttavia, l’Editto non risolse il problema, poiché la massa totale delle monete coniate continuò ad aumentare innalzando l’inflazione, di conseguenza i prezzi massimi che erano stati stabiliti divennero troppo bassi e non remunerativi.
I mercanti smisero di produrre le merci o le vendettero illegalmente al mercato nero (che in quegli anni proliferò), oppure tornarono ad usare il sistema del baratto.
L’Editto come risultato finale spinse a interrompere gli affari e il commercio fra commercianti o tra intere città, dato che non erano più in grado di produrre i beni a costi accettabili.
Poiché l’Editto inoltre aveva fissato i limiti sugli stipendi, coloro che avevano gli stipendi fissi (in particolare i soldati) trovarono che sì il loro salario era aumentato, ma non aveva più valore, poiché i prezzi artificiali non riflettevano i costi reali.
Si produsse quindi una vera e propria “paralisi” dell’economia nell’Impero. Sembra storia di oggi vero? Eppure sono passati 2000 anni e non abbiamo imparato nulla in economia… commettiamo sempre gli stessi errori e ci illudiamo che le soluzioni che hanno dimostrato di non funzionare, chissà perchè, con noi invece funzionino!
Seguirono altre riforme minori, ma ormai il declino dell’impero romano era segnato, l’anno che viene ricordato come la fine dell’Impero Romano sui libri di storia è il 476 d.C. circa duecento anni dopo l’abbandono del Silver standard. Nel 270 d.C. infatti la quantità d’argento presente nelle monete era ormai nulla.
Dopo 200 anni dall’abbandono del silver standard si ebbe il crollo dell’Impero Romano. Ora, per traslazione, tornando ai giorni nostri, l’abbandono definitivo del gold standard nel ’71 con la fine degli accordi di Bretton Woods, visto che la velocità degli accadimenti si è moltiplicata n-volte, ovviamente non impiegherà 200 anni ma molti molti meno… Siamo a 40 anni… Quanto tempo abbiamo ancora prima del crollo dell’impero finanziario, basato sul debito e sulla stampa della moneta? 2000 anni fa fu Diocleziano a cercare di tenere in piedi l’Impero stampando, oggi ci provano le varie FED & BCE, e non è difficile ipotizzare la stessa fine.

Tratto da: http://ideatrading.investireoggi.it/crisi-del-debito-il-crollo-dellimpero-romano-2083.html

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