Imprese, la burocrazia brucia un mese di lavoro

di Gian Maria De Francesco
Gli esperti: “Sugli adempimenti siamo in coda nella Ue. E il fisco divora due terzi dei profitti”
Roma – Un socio occulto che divora circa due terzi dei profitti e che costringe a «buttare» oltre un mese di lavoro per adempiere agli obblighi fiscali. Questa è la descrizione dell’Italia che emerge dalle più recenti pubblicazioni in materia di tasse.

Nel nostro Paese, infatti, sono necessarie oltre 269 ore affinché le aziende siano in grado di assolvere al versamento delle imposte. Lo ha confermato il direttore generale del Dipartimento delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, la scorsa settimana in audizione al Senato citando i dati della ricerca Paying Taxes 2013 elaborata da PriceWaterhouseCoopers su dati della Banca Mondiale. «Tra i grandi Paesi Ue – ha affermato Lapecorella – l’Italia è il Paese che pone sulle proprie imprese il carico maggiore in termini di compliance: 269 ore per assolvere gli obblighi fiscali, contro le 207 della Germania e 15 adempimenti all’anno contro i 9 della Germania». La classifica stilata dalla società di consulenza pone, infatti, l’Italia al 131simo posto nel mondo per complessiva onerosità (tanto del prelievo quanto degli adempimenti), molto più vicina al 134simo dello Zimbabwe che non al 56simo della Grecia.
Il direttore generale delle Finanze, che parlava nell’ambito di un indagine conoscitiva sui rapporti tra il contribuente e il fisco in vista dell’attuazione della delega fiscale, non ha mancato di sottolineare anche il profluvio di sgravi che aumenta l’incertezza e la confusione (285 misure) in vigore nel 2014. Il fatto che l’amministrazione centrale auspichi «un quadro di certezza e stabilità» non modifica la situazione attuale. Quelle 269 ore buttate dalle aziende per soffrire una pressione fiscale del 68,3 per cento dovrebbero piuttosto rappresentare una priorità assoluta per un governo che vuole «sburocratizzare».
E, invece, l’Italia continua a produrre statistiche fiscali diaboliche. L’ultima in ordine di tempo è arrivata dalla Cna che ha rilevato come quest’anno le piccole imprese si troveranno a confrontarsi con un tax rate medio del 63,1% (4 punti percentuali in più rispetto al 2011). L’Osservatorio dell’organizzazione degli artigiani ha considerato come campione le 112 città capoluogo facendo emergere una realtà drammatica. Roma, ad esempio, è la città più «esosa» d’Italia e vessa le piccole aziende con una pressione fiscale del 74,4% in virtù dell’incremento dell’Imu e della tassa sui rifiuti. Seguono in questa triste classifica Bologna e Reggio Calabria (seconde pari merito con il 74,2%) e la renziana Firenze con il 74,1%, quinta Napoli con il 72,5 per cento. In queste città un reddito d’impresa di 50mila euro viene prosciugato e al titolare restano solo 12.800 euro circa. Un fatto purtroppo normale se si considera che nei suddetti capoluoghi gli imprenditori sono costretti a lavorare per il fisco fino al 29 settembre! Anche nel capoluogo meno nemico delle aziende, Cuneo, il giorno della liberazione dalle tasse si potrà celebrare solo il 25 luglio.
A questa confusione rischia di aggiungersene altra. Non solo per il possibile rinvio del pagamento della Tasi su cui molti Comuni non hanno deliberato le aliquote, ma perché l’ingorgo di scadenze e i problemi di messa a punto dei software potrebbero imporre anche la proroga per la presentazione dei modelli 730 e Unico. Al premier Matteo Renzi non si può imputare lo sfacelo. Eppure ha promesso di «cambiare verso» perché «ci mette la faccia». E invece è tutto fermo.

Tratto da Il Giornale

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