La comunicazione per la cittadinanza e il rischio di essere “sudditi” in Democrazia

di: Piero Dominici

Tentiamo subito di fissare dei punti fermi, quasi dei “dati di fatto” su cui – credo – si possa essere d’accordo: la stretta, strettissima, correlazione esistente tra comunicazione (è bene chiarirlo, intesa come accesso, condivisione, trasparenza, ascolto, servizio) e cittadinanza (partecipe del bene comune), tra comunicazione e democrazia; ma anche tra democrazia e visibilità/pubblicità del potere. In particolare, non posso non fare riferimento a Norberto Bobbio (1995, 1*ed.1984) quando definisce il governo della democrazia “Come il governo del potere pubblico in pubblico”, riconoscendo nella “pubblicità” – opposta al “segreto” – uno dei cardini fondamentali della Democrazia.

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Il reddito della gleba

Il reddito della gleba, bologna, sphera

Di A. Bagnai

Il gioco è assolutamente evidente e del tutto scoperto. A cosa serve nascondersi? Sanno che ci cascherete, come siete cascati nella trappola dell'euro, e che ci cascherete per lo stesso motivo: perché non volete fermarvi a pensare, perché qualsiasi sforzo intellettuale che superi la dimensione dell'appartenenza da curva calcistica è superiore, soprattutto adesso, dopo sette anni di crisi, alle vostre possibilità.

Qual è il gioco? Ma è semplice! Barattare il diritto a un lavoro con il diritto a un reddito.

Lo chiamano reddito di cittadinanza, ma qui lo chiameremo reddito della gleba. Risparmieremo caratteri, e aderiremo meglio all'essenza del ragionamento. Così come la servitù della gleba legava il colono a un fondo, il reddito della gleba serve a legare i nuovi coloni al precariato. Ma se mi avete seguito fin qui non avrete certo bisogno che ve lo spieghi, lo scopo del gioco: in un mondo dove la totale libertà garantita al capitale determina uno schiacciamento dei redditi da lavoro e quindi un aumento della disuguaglianza e una traslazione della classe media verso il basso; in un mondo nel quale, stante il principio fondamentale della tutela ultra vires degli interessi dei grandi creditori (che non amano l'inflazione, se pure moderata), l'unico meccanismo di aggiustamento è la deflazione; in un mondo nel quale quindi la polarizzazione dei redditi indotta dalla deflazione sta creando una platea sterminata di poveri; bene: in questo mondo, il nostro mondo, si pone il problema di tenerli buoni, questi poveri...

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Piketty: “La Grecia e gli altri PIIGS non dovrebbero rimborsare i debiti”

Bisogna sempre rimborsare i propri debiti? La risposta, secondo alcuni, è chiara: i debiti devono sempre essere rimborsati, non esistono alternative alla penitenza, soprattutto quando lo dicono le sacre tavole dei trattati europei. Eppure, una scorsa rapida alla storia dei debiti pubblici, tema appassionante e ingiustamente trascurato, mostra che le cose sono molto più complicate.

Cominciamo con una buona notizia. In passato sono esistiti debiti pubblici ancora più elevati di quelli che constatiamo oggi; e ce ne si è sempre potuti liberare, con un vasto campionario di metodi. Per una prima classificazione, si può distinguere fra ‘metodo lento’, che mira ad accumulare pazientemente degli avanzi di bilancio, rimborsando prima gli interessi e poi il capitale; e, accanto a questo, una serie di metodi che accelerano il processo di riassorbimento: inflazione, imposte una tantum, cancellazioni pure e semplici.

Un caso particolarmente interessante è quello della Germania e della Francia, che nel 1945 si ritrovarono sulle spalle debiti pubblici equivalenti a circa due anni di prodotto interno lordo (200% del PIL), vale a dire debiti ancora più pesanti di quelli della Grecia o dell’Italia attuali. A partire dagli anni ’50, i due debiti pubblici tedesco e francese erano scesi a meno del 30% del PIL. Un ridimensionamento tanto rapido non sarebbe evidentemente mai stato possibile tramite l’accumulo di avanzi primari. I due paesi utilizzarono, invece, tutto il ventaglio dei ‘metodi rapidi’. L’inflazione, molto forte sulle due rive Reno fra il 1945 e il 1950, giocò il ruolo principale.

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Crisi del debito – Il crollo dell’Impero Romano

di Angelo Meschi
Tutto cambia ma nulla cambia. L’evoluzione della specie ha impiegato milioni di anni per arrivare all’homo sapiens, cosa sarà mai cambiato negli ultimi duemila anni per renderci così diversi dagli antichi romani? Sì, certo, magari nel cervello si sono sviluppate nuove aree dedite all’uso dei vari pc, i-phone, i-pad etc. etc., ma alla fine siamo molto più vicini agli antichi romani di quello che si possa immaginare. L’impero Romano conobbe il suo massimo splendore nel II sec. d.C.
Nel 96 il Senato mise fine alla dinastia Flavia con una congiura contro Domiziano e impose quale imperatore un proprio rappresentante: Nerva (96-98), dal quale ha inizio la dinastia degli Antonini. Con lui si affermò come principio di successione l’adozione del migliore: l’imperatore sceglieva come suo successore una persona di elevate qualità morali e politiche.

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