Non si cresce con troppe micro imprese e poco credito

di Fabio Bolognini
Uno studio del Fondo monetario: i Paesi europei con più Pmi sono cresciuti meno tra il 2009-2012
I Paesi europei che hanno una maggiore presenza di Pmi hanno mostrato mediamente una crescita inferiore nel periodo 2009-12, in presenza di una crescita bassa o addirittura negativa del credito concesso alle imprese.
Sono queste le conclusioni di uno studio del Fondo Monetario Internazionale appena pubblicato (Small and Medium Size Entreprises, Credit Supply Shocks, and Economic Recovery In Europe di Nir Klein) che esamina la correlazione tra la presenza di Pmi nei Paesi europei e la crescita economica in presenza di una forte stretta creditizia.

L’Italia appartiene a pieno titolo alla categoria dei Paesi in cui i due fattori si sono combinati in modo particolarmente rilevante: una presenza massiccia di piccole imprese e una marcata stretta del credito. E i risultati si sono visti. Lo studio determina il coefficiente di correlazione del credit crunch e crescita economica e suggerisce nuovamente l’importanza di allentare il nodo del credito per potere dare un’accelerazione alla ripresa.
L’effetto è stato per l’Italia uno dei tassi di crescita più bassi tra i Paesi europei. Si legge nello studio:
L’analisi mostra come il ritmo della ripresa economica e la crescita del credito nel 2010-2012 sono negativamente correlati con la prevalenza di piccole e medie imprese di tutti i Paesi dell’Ue. Più in particolare, i risultati indicano che i Paesi con elevata percentuale di piccole e medie imprese tendevano a riprendersi più lentamente dalla crisi finanziaria globale rispetto ai Paesi con bassa percentuale di Pmi, il che implica che l’interazione della struttura economica e l’accesso al finanziamento bancario giocano un ruolo critico durante le fasi della ripresa economica. Questa conclusione è rafforzata da una stima Var, che evidenzia come uno shock negativo dell’offerta del credito applicato alle Pmi abbia un effetto negativo sull’attività economica, e questo impatto è maggiore nei Paesi che hanno una quota elevata di piccole e medie imprese.
Le stime effettuate dai ricercatori del Fondo Monetario Internazionale indicano che la presenza prevalente di Pmi è particolarmente importante in senso negativo durante i periodi di stress finanziario: l’impatto di una stretta creditizia sull’andamento del Pil è molto peggiore nei Paesi con un’elevata quota di Pmi.
Servono soluzioni più incisive per le Pmi
Forse non serviva l’analisi econometrica del Fmi per arrivare a queste conclusioni, ma certamente il paper di Klein serve come promemoria per trovare soluzioni urgenti alla scarsità di credito verso le Pmi. Se è vero che purtroppo sono proprio le piccole imprese con bassa quota di capitali a rappresentare un rischio (e un costo di capitale elevato) per le banche, è ugualmente vero che l’abbandono di una quota così rilevante di imprese da parte del sistema creditizio diventa un problema generalizzato di crescita nazionale, come si è ben visto. Se poi i ricercatori del Fmi avessero investigato anche il tasso di pressione fiscale sulle piccole imprese allora temo che l’Italia sarebbe stato il fanalino di coda.
Il paper si limita a suggerire un miglioramento delle condizioni finanziarie delle piccole imprese, del loro accesso al credito, ma ammette che anche i tentativi fatti nel Regno Unito (Funding For Lending) e in Ungheria (Funding For Growth) hanno avuto effetti limitati. Qui in Italia ci si culla ancora con l’effetto moratoria (1 anno o 6 mesi di rinvio dellerate) e si stanno estendendo le coperture statali sul credito alle Pmi. Ora si spera nelle nuove regole previste dalla Bce per le operazioni di liquidità (Tltro) alle banche a partire da ottobre, ma ho la netta impressione che si debba inventare qualcosa di più incisivo, perché la riluttanza delle banche verso il rischio delle Pmi sta salendo ogni giorno e non viceversa.

Tratto da Linkiesta

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