La mente dei mercati: l’indice VS, una misura di vulnerabilità dei conti pubblici

di Luca Ricolfi

Come misurare la vulnerabilità dei conti pubblici

Questo articolo riporta una breve sintesi dei risultati di una ricerca che la Fondazione David Hume ha condotto negli ultimi anni sulla vulnerabilità dei conti pubblici delle economie avanzate.

1. A che serve una misura di vulnerabilità

Quando un paese ha un debito pubblico troppo elevato, gli investitori richiedono tassi di interesse più alti per sottoscrivere i suoi titoli di Stato: il rischio di non essere rimborsati, o di esserlo solo in parte, innalza il prezzo del prestito concesso. Accade così che i rendimenti dei titoli del debito pubblico possano toccare livelli molto alti, anche al di sopra dei tassi che normalmente vengono considerati usurari. Nel caso della Grecia, ad esempio, al culmine della crisi (febbraio 2012), i tassi sono arrivati a sfiorare il 30%. Quanto all’Italia, c’è stato un momento, alla fine del 2011, in cui i tassi si sono avvicinati pericolosamente alla soglia dell’8%, da molti considerata un punto critico, oltre il quale diventa pericolosissimo spingersi.

Ma come fa un paese a proteggersi contro i rischi di una crisi del suo debito sovrano? Come fa a sapere in anticipo che potrebbe sopravvenire una crisi? Come fa ad accorgersi che è seduto sopra una polveriera? Come fa, in altre parole, a misurare la propria vulnerabilità?

Apparentemente, la risposta è semplice: basta non indebitarsi troppo. Ma questa è una risposta insoddisfacente. Non solo perché non tutti i paesi sono come la Germania, che ha un’economia capace di crescere senza aumentare il debito, ma perché il nesso fra debito pubblico e rendimenti non è lineare: esistono paesi, come il Giappone, che riescono ad approvvigionarsi sui mercati a tassi molto bassi nonostante un enorme rapporto debito/Pil (oltre il 200%), ed esistono paesi, come la Romania, che sono costretti a pagare tassi relativamente elevati a dispetto di un rapporto debito/Pil molto contenuto.

Si potrebbe allora pensare di usare direttamente i rendimenti dei titoli di Stato, eventualmente corretti per l’inflazione, come misure di vulnerabilità. Questa strada, tuttavia, è resa impraticabile da almeno due circostanze.

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Essere manager, meno protagonismo e più «coraggio della libertà»

DiNicola Giunta

Ho avuto pochi giorni fa una interessante conversazione con mio figlio maturando, centrata sul pensiero di Kierkegaard. Secondo il filosofo, quando un uomo diviene consapevole delle infinite scelte possibili che può fare, sperimenta la «vertigine della libertà» che porta ad un senso di angoscia. Quindi, la possibilità è la categoria fondamentale dell’umanità e l’inquietudine è la condizione umana che deriva da essa, mi spiegava mio figlio.

Mentre la conversazione progrediva, ho pensato che occorrerebbe mettere da parte per un attimo i libri di management e riprendere in mano i grandi filosofi per comprendere meglio questo mondo. Ad esempio la libertà, che implica la possibilità di scelta, è un tema diventato centrale in tutte le organizzazioni.

Gli scenari sono caratterizzati da crescente imprevedibilità, complessità, velocità nei cambiamenti e il concetto di “possibilità” ha scalzato qualunque formula basata sulla predeterminazione e sulla pianificazione. Le organizzazioni sperimentano la «vertigine della libertà» e si affidano a formule organizzative dove la centralità del fattore umano va ben oltre le chiavi di lettura note dagli anni 80 a seguire.

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Sei dotato d’intelligenza emotiva? 18 domande e un test per scoprirlo

Di Travis Bradberry

 

Quando il concetto d'intelligenza emotiva (QE) è stato divulgato per la prima volta, è servito da anello mancante di una scoperta singolare: nel 70% dei casi la gente con un quoziente intellettivo (QI) medio poteva vantare risultati migliori di quelli coi QI più elevati. L'anomalia era andata a mettere i bastoni fra le ruote a quello che era stato da sempre identificato quale unica origine del successo — il QI.

Oggi, dopo decine di anni di ricerche l'intelligenza emotiva si rivela un fattore distintivo fondamentale. Il legame è talmente stretto che nel 90 per cento dei più bravi si riscontra un'elevata intelligenza emotiva.

L'intelligenza emotiva è quel "qualcosa" dentro ciascuno di noi che risulta un po' intangibile. Va a influenzare il modo in cui siamo in grado di gestire il comportamento, districarci fra le complessità della socializzazione, e prendere decisioni di natura personale in grado d'ottenere risultati positivi.

 

 

 

 

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Perché bisogna curare la “forma finanziaria”

Di M.Liera

 

Nel bestseller “The Millionaire Next Door” (il milionario della porta accanto) gli autori Thomas Stanley e William Danko raccontano che ci sono milionari americani che al sabato mattina ritagliano meticolosamente dai giornali i buoni sconto da mezzo dollaro per il supermercato. E che la capacità di accumulare ricchezza dipende da due variabili: 1) la frugalità, che si traduce in maggiori risparmi; 2) il tempo dedicato alla cura di quei risparmi. La seconda variabile è meno banale di quanto si pensi. I grandi processi di distruzione di ricchezza nascono da scarsa attenzione e delega passiva a terzi (intermediari, ma anche parenti, amici e così via). D’altra parte, il costo opportunità del tempo è molto elevato perché ogni età – con le possibilità connesse – è unica e irripetibile. La gestione dei propri soldi diventa allora la classica attività molto importante ma non urgente che si tende inevitabilmente a rinviare.

                                                                                   

                                                                      

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