Umberto Eco: "Caro nipote, studia a memoria"

ll semiologo e scrittore scrive al nipotino. Con una riflessione sulla tecnologia e un consiglio per il futuro: mandare a mente "La Vispa Teresa", ma anche la formazione della Roma o i nomi dei domestici dei tre moschettieri. Perché internet non può sostituirsi alla conoscenza né il computer al nostro cervello.




Caro nipotino mio,


non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

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Il populismo egualitario che distrugge il fisco – di Francesco Bencivenga

Qualche sera fa mi sono imbattuto nell’ennesimo esempio di disinformazione in materia tributaria, funzionale all’attuale propaganda di regime a supporto della tirannia fiscale.
Durante un talk show politico, veniva illustrata la proposta del centrodestra di introdurre un’aliquota Irpef unica – la cosiddetta flat tax – come misura di riduzione della pressione fiscale o, se non altro, di semplificazione della macchina fiscale, a cui veniva replicato, da sinistra, che la flat tax sarebbe ingiusta perché, letteralmente, “un notaio pagherebbe quanto un operaio”.
Al che, sono rimasto sconcertato dal vedere che, nel battibecco politico che ne é seguito, nessuno ha chiarito che l’aliquota unica non significa minimamente “imposta uguale per tutti” poiché ovviamente cambia la base imponibile: se il notaio dell’esempio dichiara 500 mila euro di reddito imponibile e l’operaio 25 mila, è evidente che il notaio pagherà venti volte tanto le tasse dell’operaio. E non che fosse inutile: il contatore di consenso che tale trasmissione mostra a video in alto a destra (credo rilevi una qualche interazione dagli spettatori, di cui però non conosco il dettaglio) lasciava sospettare un’approvazione a furor di popolo della critica “un notaio pagherebbe quanto un operaio”.
Dunque è questo il livello del dibattito. E ho l’atroce dubbio che veramente la maggior parte degli italiani pensi che “aliquota unica” sia sinonimo di “imposta uguale per tutti”, come fu per qualche tempo la poll tax di Margaret Thatcher degli anni Ottanta (ricordate?).
Quel che mi sorprende non è tanto che la sinistra cavalchi questo equivoco, per ovvie ragioni di difesa della propria filosofia di oppressione fiscale, quanto che la destra non sappia spiegare al grande pubblico, in maniera semplice e chiara che “il notaio che guadagna di più continua a pagare più tasse dell’operaio che guadagna di meno, anche con l’aliquota unica”. Ci si sente arresi. Vorremmo almeno portare il livello del dibattito a temi più elevati, come ad esempio la giustificabilità del comando costituzionale di orientare il sistema tributario a criteri di progressività.
Non c’è quindi da sperare che nei dibattiti politici i sostenitori della progressività si appellino alla teoria dell’utilità marginale decrescente del denaro (ed eventualmente confutare tale tesi, che a mio avviso è sprovvista di dimostrazione solida), se siamo fermi al “notaio che paga le tasse come l’operaio”. Vorremmo ascoltare i veri argomenti di chi sostiene che la progressività è giusta ed imposta dalla Costituzione (il testo dell’articolo 53 comma 2 non è così tranciante, a mio avviso), onde magari replicare che attualmente è ridicolo che la progressività sia declinata su scaglioni di reddito concentrati nella fascia in cui si colloca la quasi totalità dei redditi italiani e che la differenza tra gli scaglioni sia ridottissima (lo scaglione con l’aliquota più elevata parte da un reddito appena cinque volte quello dell’aliquota più bassa, quando semmai, per parlare di utilità marginale decrescente, dovremmo avere scaglioni appartenenti a differenti ordini di grandezza, tipo 10 mila, 100 mila, un milione di euro).
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La mente dei mercati: l’indice VS, una misura di vulnerabilità dei conti pubblici

di Luca Ricolfi

Come misurare la vulnerabilità dei conti pubblici

Questo articolo riporta una breve sintesi dei risultati di una ricerca che la Fondazione David Hume ha condotto negli ultimi anni sulla vulnerabilità dei conti pubblici delle economie avanzate.

1. A che serve una misura di vulnerabilità

Quando un paese ha un debito pubblico troppo elevato, gli investitori richiedono tassi di interesse più alti per sottoscrivere i suoi titoli di Stato: il rischio di non essere rimborsati, o di esserlo solo in parte, innalza il prezzo del prestito concesso. Accade così che i rendimenti dei titoli del debito pubblico possano toccare livelli molto alti, anche al di sopra dei tassi che normalmente vengono considerati usurari. Nel caso della Grecia, ad esempio, al culmine della crisi (febbraio 2012), i tassi sono arrivati a sfiorare il 30%. Quanto all’Italia, c’è stato un momento, alla fine del 2011, in cui i tassi si sono avvicinati pericolosamente alla soglia dell’8%, da molti considerata un punto critico, oltre il quale diventa pericolosissimo spingersi.

Ma come fa un paese a proteggersi contro i rischi di una crisi del suo debito sovrano? Come fa a sapere in anticipo che potrebbe sopravvenire una crisi? Come fa ad accorgersi che è seduto sopra una polveriera? Come fa, in altre parole, a misurare la propria vulnerabilità?

Apparentemente, la risposta è semplice: basta non indebitarsi troppo. Ma questa è una risposta insoddisfacente. Non solo perché non tutti i paesi sono come la Germania, che ha un’economia capace di crescere senza aumentare il debito, ma perché il nesso fra debito pubblico e rendimenti non è lineare: esistono paesi, come il Giappone, che riescono ad approvvigionarsi sui mercati a tassi molto bassi nonostante un enorme rapporto debito/Pil (oltre il 200%), ed esistono paesi, come la Romania, che sono costretti a pagare tassi relativamente elevati a dispetto di un rapporto debito/Pil molto contenuto.

Si potrebbe allora pensare di usare direttamente i rendimenti dei titoli di Stato, eventualmente corretti per l’inflazione, come misure di vulnerabilità. Questa strada, tuttavia, è resa impraticabile da almeno due circostanze.

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Essere manager, meno protagonismo e più «coraggio della libertà»

DiNicola Giunta

Ho avuto pochi giorni fa una interessante conversazione con mio figlio maturando, centrata sul pensiero di Kierkegaard. Secondo il filosofo, quando un uomo diviene consapevole delle infinite scelte possibili che può fare, sperimenta la «vertigine della libertà» che porta ad un senso di angoscia. Quindi, la possibilità è la categoria fondamentale dell’umanità e l’inquietudine è la condizione umana che deriva da essa, mi spiegava mio figlio.

Mentre la conversazione progrediva, ho pensato che occorrerebbe mettere da parte per un attimo i libri di management e riprendere in mano i grandi filosofi per comprendere meglio questo mondo. Ad esempio la libertà, che implica la possibilità di scelta, è un tema diventato centrale in tutte le organizzazioni.

Gli scenari sono caratterizzati da crescente imprevedibilità, complessità, velocità nei cambiamenti e il concetto di “possibilità” ha scalzato qualunque formula basata sulla predeterminazione e sulla pianificazione. Le organizzazioni sperimentano la «vertigine della libertà» e si affidano a formule organizzative dove la centralità del fattore umano va ben oltre le chiavi di lettura note dagli anni 80 a seguire.

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